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Il cantone del teatro

Cervia centro… le prime luci dell’alba del 15 Marzo 1951 filtravano faticosamente dalla coltre di nebbia che avvolgeva la zona del centro storico cervese. Il sagrestano del Duomo Belletti Francesco, all’ora “canonica” dell’Ave Maria del mattino aveva già trasmesso con la sua campana le condizioni meteorologiche di quel momento. Il “campanone” alla fine dei suoi rintocchi di rito (i bott) aveva scoccato due colpi, segnale, questo, di nuvolosità o di nebbia fitta. Molti cervesi del Centro Storico ascoltavano quelle informazioni al caldo nel loro letto, per poi riaddormentarsi e guadagnarsi almeno un’altra ora di sonno. Nel Cantone del Teatro a quell’ora iniziava lentamente la vita consueta. La luce incerta di quel mattino caliginoso lasciava intravvedere figure indistinte di vecchiette che, infagottate da scialli scuri, si dirigevano verso la Cattedrale. Di uomini in quel periodo e a quell’ora, pur intabarrati nei loro mantelli, se ne vedevano raramente, i cacciatori che praticavano la caccia “alla volata” avrebbero già dovuto essere da più di un’ora nei loro appostamenti (i còc) nelle saline, nelle quali quindici giorni dopo sarebbero iniziati i lavori preliminari per la nuova stagione salifera. Fra queste figure vaganti sull’acciottolato di via XX Settembre ve ne era una, piuttosto minuta e un po’ curva, che avanzava lentamente anch’èssa verso la Cattedrale. Questo personaggio che portava l’abito talare e un cappello da prete, era don Luigi Vannucci. Don Luigi era “penitenziere”del Duomo cervese, Chiesa, dove il Prevosto Giuseppe Strani lo aveva anche incaricato di officiare la prima messa del mattino, (quella frequentata dalle vecchiette). Il can. Don Vannucci, il cui cognome era noto a pochissimi parrocchiani (figuriv chitar), nell’ambito ecclesiale era chiamato don Luis, mentre il popolo che gli voleva un gran bene, lo aveva battezzato come don Luis, “E’ surgatin dè Dom.” Il soprannome che il “volgo”gli aveva conferito ne delineava le caratteristiche fisionomiche esteriori omettendo di elencare la sua mitezza ‘la bontà e la pazienza, virtù queste dove era un gigante!! Don Luis Io lo conobbi bene, dopo Giani mi fu maestro (nenca lò) per qualche mese di Legatoria, periodo, questo, nel quale ebbi modo di constatare, a casa sua, quale era la vita di un vecchio prete, in quel particolare periodo storico. Ma di questo parlerò poi. Nelle cerimonie solenni nel Duomo, con rituali che si rifacevano ancora ai dettami del concilio di Trento,.. (S.Pio V) dove fra i riti più suggestivi vi era la cosiddetta Messa in Terza. Questa cerimonia solenne, che si avvaleva della Schuola Cantorum di don Dulcini prima e di don Castagnoli a seguire (fino al suo abbandono, (del Rito) dopo il concilio Vaticano Secondo) era officiata alla Domenica e nelle altre solennità alle ore undici. La Messa cantata era chiamata “La Mèsa di Sgnur” Onestamente va rilevato che, (senza colpa di nessuno) chi avesse visto le due cerimonie, alle 6,30 e alle 11 della Domenica ne avrebbe tratto l’impressione di due mondi molto distanti fra loro, e di difficile integrazione. Tutti pregavano lo stesso DIO, ma da posizioni piuttosto diverse. A parte questo, don Luis nella Messa solenne occupava il ruolo di terzo concelebrante, ruolo solitamente assegnato ad un Diacono, (lui era molto di più). In questa incombenza, bisognava sostenere per circa un’ora e mezza un grosso libro che pesava più di due chili, impegno al quale Lui si assoggettava senza recriminare (vi erano elementi più giovani che avrebbero potuto farlo) ma forse lui ci teneva a questo ruolo. La differenza di corporatura fra i concelebranti si evidenziava quando rivestiti dai preziosi piviali “da cerimonia” allora in dotazione alla parrocchia cervese, i suoi confratelli (che erano dei granatieri) non avevano problemi nei movimenti,mentre lui sprofondava letteralmente in un cono di stoffa, piuttosto rigido, dal quale fuoriuscivano solo la fronte, gli occhi e poco più. Ma vi erano altre cerimonie dove don Luigi era un assiduo partecipante, ad esempio la recita pomeridiana “dell’UFFICIO”o più semplicemente il “CORO” (anche questa è una cerimonia pomeridiana non più celebrata e vi si recitavano i Salmi). Questa cerimonia suggestiva, non foss’altro per la bardatura molto elaborata che indossavano i partecipanti i quali erano vestiti con Cappa di ermellino, più una bandoliera di raso rosso sulla cotta, con fiocco (alla moschettiera), e se erano canonici titolari del duomo avevano in virtù di un antico privilegio concesso loro da Papa Leone XIII (in quel caso Cervia venne premiata per la sua fedeltà al Papato), la facoltà di portare l’anello, la tonaca rossa e il fiocco rosso nella berretta.
 
Dal teatro comunale a via Savonarola

Io nacqui in un solaio del Centro Storico, e me lo ricordo fin dall'infanzia vivo ed operoso. Mi permetto di ragguagliare questi meritevoli personaggi che probabilmente non ne hanno memoria, di come era organizzato il Centro Storico al tempo in cui era il cuore palpitante della nostra città. Parlerò solo del cantone del Teatro, angolo via Savonarola -Teatro Comunale. 100 metri poco più, poco meno. Non faccio nomi e neppure citerò i personaggi mitici di questo luogo che rimando ad una analisi a parte. In questo luogo vi erano 3 Falegnami niente male, (1 restauro, 1 mobili, 1 infissi), 3 sarti, 1 Fabbro (considerato nel ravennate uno dei migliori della Romagna), 1 calzolaio, 1 Rilegatore di libri antichi, 1 Tappezziere, 1 Stagnino, 1 Costruttore di battelli da caccia e battane da valle, 1 Osteria rinomata, 1 forno, 1 officina della S.E.R. 1 commerciante di profumi, 1 fine Ricamatrice, 2 Chiromanti (forse erano tre), 1 Magazzino di cereali, 1 Negozio di biciclette (Willier triestina), un altro Falegname che lavorava in un solaio e a domicilio del cliente e volendo era anche Barbiere, il centralino dei Telefoni di Stato poi successivamente il magazzino della COOP, e un cantiere nautico per piccole derive in plastica. Dulcis in fundo aggiungo una pianista, moglie di un rinomato concertista (al tempo deceduto, la quale ogni tanto riempiva l'aere di motivi leggiadri) tutto questo accompagnato dal suono di qualche tromba o trombone che sparacchiavano motivi assortiti allora in repertorio della Banda Cittadina ( M° De Biase). Poi vi era il Teatro Comunale con le Compagnie di giro con i loro drammi e le loro Opere e Operette, i Veglioni,e qualche Concerto ecc.. Poi qualche passante fischiettante e canzoni alla Tajoli di qualche operaio sfiorato dalla Musa del bel canto. Non mancava qualche baruffa a finestre aperte che rendeva partecipe delle beghe private i vicini che in questi casi si sentivano tutti di una sola famiglia. Neanche il regista di" VIA col Vento" riuscirebbe a ricostruire un ambiente simile. In questo clima la vita vi era in sovrabbondanza,non vi era la necessità di risvegli. Poi vennero anni opachi, si tentò di smuovere l'ambiente con un Najgt, non dico come andò a finire. Quando vi era il Najgt in via XX Settebre vi era una vita piuttosto vivace, (di notte) ma anche qualcosa di diverso piuttosto olezzante e variegato da pulire al mattino.
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